domenica 21 novembre 2010

Guardami guardarti

Ti sei fermata, che stupida. Hai guardato appena oltre il tuo naso e ti sei accorta che tutto ciò che volevi scrollarti di dosso, sta tornando indietro come un boomerang. Sei solo il centro di orbite gravitazionali perenni che si lasciano percorrere da ciò che credevi non ti appartenesse più. Sei un'ingrata: credevi fosse facile ripagare a quello che ho fatto per te, credevi fosse addirittura giusto voltarmi le spalle dopo tanto tempo. E invece guardati un po' intorno. Cosa ti è rimasto? Che c'è, vuoi forse dirmi che ti ha fatto bene stare senza di me seppur per poco tempo? Dimmi la verità: tutte le volte che hai avuto bisogno di me, non sono forse stato sempre lì con te? Credevi che i surrogati di cui ti sei circondata avrebbero compensato a tutto il vuoto che una mia definitiva scomparsa ti avrebbe lasciata? Ti sei fermata, finalmente. Ora riesci a sentire ancora la mia voce e ti chiedi il perché. Adesso riesco a parlarti, a sfiorarti gli organi, a contare i battiti del tuo cuore marcio. Lo senti il soffio leggero della mia anima che rigenera le ferite che continuavano a sanguinare? Sono sempre stato con te, dentro di te, non ti ho mai lasciata da sola. Conosco bene le tue debolezze, i tuoi inganni, le tue paure, i tuoi spasmi e le tue vergogne. Hai finalmente capito che anche tu sei un inutile surrogato, una compensazione momentanea, una sensazione alienante: ti mangiano, ti bevono e vanno via senza pagare. Certo torneranno, chi non lo farebbe. Ma non correre, non lasciare che il vento trascini via la mia voce. Io sono dentro di te e tu non puoi liberarti di me.
Fin quando albergherò nel tuo corpo non dovrai più temere nulla.
Ti sei fermata. Senti la mia voce, senti i tuoi pensieri. Lasciati accarezzare dentro e donati a me ancora. Abbandonati e torna da me. Io sono sempre stato qui per te, ti ho osservata sai? Ti guardavo sorridere, ti sentivo stretta, sentivo che il tuo corpo mi stava rifiutando, si stringeva e cercava di espellermi. Ho creduto allora che il mio compito fosse terminato. Ma tu sei tornata da me. E io non posso fare a meno di te.

Contributo visivo: "Connections" di Piercarlo Carelle, 2006

mercoledì 20 ottobre 2010

La luna gira il mondo e noi dormiamo

 
É facile essere soli anche con 7 persone intorno, basta un lettore MP3 e un paese straniero. La videocamera è uno sguardo ubriaco se mossa velocemente. I dettagli si confondono e tutto sfuma. Perchè mancano i posti per i pazzi, gli stupidi e i figli di nessuno?
Eliminando manicomi e carceri resta solo la strada o la corda. Non avere un orologio al polso e un telefono in tasca è il primo passo per la libertà. Bisogna passare prima dalla solitudine per essere liberi. L'affluenza della gente in metropolitana, le ombre create dalla luce solare, la fame e il sonno saranno le lancette del mio orologio.
Trenton-NJ, 14 agosto 2009 

Contributo visivo: "Subway" di un amico anonimo, 2009

lunedì 13 settembre 2010

E' proprio lì, guarda, oltre le nuvole!

Questa è la storia di un veliero che un giorno decise di salpare per il cielo. Non si sa mai con sufficiente anticipo quale sarà la parte del tuo corpo che marcirà per prima bruciando tra le fiamme del tuo inferno. L'unica certezza che si ha è un bruciore in corrispondenza del punto di putrefazione. Finché questo momento non arriva, non fai altro che penetrare i tuoi artigli nel corpo di chi ti sta accanto.
Una volta i miei artigli hanno sfiorato la superficie dell'oceano e lentamente ne hanno tracciato gli orizzonti. A sinistra riuscivo a tendere la mia mano sotto superfici ghiacciate, levigate, sotterranee, che al solo sfiorarle la mia mano scivolava via. Appena pochi centimetri più su, le mie dita scorgevano una duna nel deserto, la naturale dilatazione di un corpo rilassato. E lentamente, mentre il vento dell'imbarazzo soffiava in direzione opposta alla mia, la mia mano risaliva la piccola duna, che come levigata dallo stesso vento, si distendeva.
Le mie dita si allungavano e il mignolo riusciva a sentire dell'altro ghiaccio e del'altra sabbia, in maniera speculare. E poi, continuando a percorrere la corrente di un canale che mi portava giù, scorsi un campanellino che, al solo tocco, emanava uno squillo di felicità. E mi divertivo a fargli tante capriole intorno, così da farlo suonare: era bello assaporarne la felicità.
Il tutto come a tessere una storia descrivendo solo il paesaggio circostante. Come se ogni poro della pelle fosse collegato agli altri attraverso il passaggio delle dita, in grado di mescolare le sostanze presenti su di essi.
Da quel giorno avverto un leggero bruciore percorrere le linee della mia mano.
Se la chiudo sento ancora la forza del vento che, non più carico di pudore, cerca di placare il mio bruciore, ma non è detto che non sia lui stesso ad alimentare queste ferite.
Questa è la storia di un veliero che un giorno decise di rilassarsi in cielo.
Vecchio guerriero che riposi in questo cielo, un giorno, per favore,
trafiggimi il cuore!


Contributo visivo: Salvator Dalì posa in "Voluptas Mors", foto di Philippe Halsman, 1951

giovedì 29 luglio 2010

A proposito di partenze

No davvero, secondo me tu hai ragione. Cioè, voglio dire, alla fine è tutta una questione di punti di vista. Se la solitudine di quattro pareti può essere paragonata a quella che provi dentro in questo momento, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se la fretta di sentirsi in colpa ti accompagna a casa la sera, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se quello che hai scoperto ti ha reso così inerme di fronte alla vita, come succede a me, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se la voglia di riabbracciare i tuoi cari non è frenata dalla paura di rivedere i tuoi spettri, sono sicura che la mia vita sia di sicuro meno bella della tua.Credi sia facile tirare avanti semplicemente facendo finta di voltarsi per non guardare? Non guardarmi in quel modo pietoso, la tua pietà mi mortifica, mi pietrifica. L'ultima volta che il mio spettro è venuto a farmi visita è stata determinante: se torno o meno lui ci sarà.


Contributo visivo: particolare del murales "Buckjump" di Blu, Berlino, 2007 http://www.blublu.org/

sabato 19 giugno 2010

Aurora

Non succede nulla. Silvia sembra non accorgersene. In compenso i culi delle ballerine tobagonians mi provocano piacevoli sussulti al bassoventre. Sono in una grande parata, la West indian carnival parade, che dalle prime luci dell'alba gira in tondo ad alcune aree del quartiere di Brooklyn. Uomini e donne seminude simulano atti sessuali. Stregoni vudù ballano al ritmo di musica reggae e drum’n’bass. Tra loro e le macchine fotografiche dei curiosi ci sono lunghi cordoni di poliziotti. La gioia è pesantemente controllata e tenuta sotto il livello dell’intemperanza.Una massa in festa con sovrabbondanza di maschi per le femmine, sovrabbondanza di femmine per i maschi e sovrabbondanza di guardie per tutti.Tirando le somme, mi trovo in una festa militarizzata piena di osservatori passivi che impugnano macchine fotografiche.Eppure la giornata è iniziata con un imprevisto. Giravo all’alba da solo in un parco. Aspettavo Silvia per iniziare a lavorare. Dal nulla è apparso un uomo. Me lo sono trovato davanti senza averlo visto arrivare. Si è presentato cordialmente. Diceva di chiamarsi Brian. Mi ha fatto uno strano discorso sull’immortalità dell’anima, poi è scomparso. Il suo arrivo è stato silenzioso e inaspettato come la sua partenza. Gli avevo dato le spalle per rispondere al telefono, mi sono voltato e non c’era più. Al suo posto c’era Silvia con la macchina fotografica a tracolla. Con un sorriso e un cenno della testa mi ha invitato a seguirla. I primi carri allegorici avevano iniziato a tambureggiare.Io e Silvia siamo arrivati negli Stati Uniti da circa un mese. L’obiettivo è realizzare un reportage per conto di una rivista di viaggio che intende promuovere un pacchetto vacanze di due settimane: “A (s)passo caraibico”! Quindici giorni sulle orme dei carnevali caraibici sparsi nel nord America, partenza da Montreal e a seguire Ottawa, Toronto, Boston e per finire la West indian carnival di New York.
- Se decontestualizzi queste foto, la gente che le vedrà non potrà fare altro che restarne affascinata- Silvia parla, sorride e scatta foto da non so quante ore. Io cerco di divertirmi senza riuscirci. Non le ho detto ancora nulla dello strano incontro di questa mattina.
-Lo so! La parata è monotona. Ma guarda che tipi strani! Basterà togliere qualche poliziotto qua e là, aggiungere qualche didascalia simpatica e il gioco è fatto-
Queste parole di Silvia sono un pezzo di verità. La stessa verità che c'è dietro l'atto di mostrare un profilattico a un ignaro bambino e dirgli che serve per curare le vesciche dei piedi. Lui non potrà fare altro che crederti e rimanere affascinato da un tale prodigio. Decontestualizzare per affascinare. Prendere una realtà più o meno consolidata, pulirla dalle sfumature monotone o spiacevoli, e riproporla in un luogo lontano. Non importa che il luogo sia fisico o concettuale, quel che importa è che la nuova realtà sia percepita come tale. Questo pensiero ha messo radici nella mia testa da due settimane. Prima di allora non avevo mai pensato al lato etico del mio lavoro. Tutto ha avuto inizio a Bridgeport nel Connecticut, la città che ha dato i natali al frisbee e che oggi produce elicotteri da combattimento. Ero andato a trovare mio cugino Oscar. Non lo avevo mai visto prima di allora. All’inizio degli anni settanta emigrò con una buona parte della famiglia di mia madre. All’epoca non ero ancora nato. Mio padre, ventenne, saldava capannoni industriali in giro per l’Europa. Mia madre, da poco maggiorenne, era una giovane lavoratrice sottopagata di un’industria tessile in provincia di Avellino. La curiosità per quel ramo della mia famiglia trapiantato in America mi aveva portato a conoscere quest’uomo di mezza età disoccupato, divorziato, disprezzato. Insomma, definibile solo per privazione. Eravamo seduti al bancone di uno sporting club per vecchi ubriaconi italoamericani nel centro della città. Bevevamo grappa di pessima qualità davanti a un LCD ad alta definizione.
-Caro Mario, è un'illusione. L'America è tutta un'illusione- Oscar mi rivolse queste parole all’improvviso dopo una buona mezz’ora di silenzio.
-Ho comprato un’auto nuova l’altro ieri, ero convinto di pagarla venticinquemila dollari. Quando ho staccato l’assegno c’era scritto ventinovemila dollari, ma la cosa idiota è che continuo a pensare di averla pagata venticinquemila dollari-.
Un vecchio dal profilo barbuto mi aveva sfilato il telecomando da sotto gli occhi e cambiato canale. -Quando leggo su un giornale che una compagnia ha versato le sue tasse a un fondo sociale, mi viene naturale pensare che sia stata un’azione di generosità. In effetti ho sempre pensato in questo modo. Ma ora basta! Non mi faccio più fottere!-
Dal televisore provenivano urla e gemiti. Era un pornazzo. Una donna longilinea dai capelli rossi era leggermente china in avanti con la faccia appiccicata a una vetrina.  Con la mano destra si massaggiava il seno sinistro che aveva tirato fuori dallo stretto bustino e con quella sinistra si masturbava. Ai suoi piedi, un uomo nerboruto le leccava la bocca del culo.
-Macché generosità! È tattica, una merdosa tattica per avere sgravi fiscali camuffati da solidarietà sociale, e tutto questo con l’aiuto dei giornali, che gli fanno bella pubblicità in cambio di finanziamenti- Il barista ci aveva versato altre due grappe, gentilmente offerte dal vecchio pornofilo. Tintinnio di bicchieri e giù per il gargarozzo. Oscar riprese il fiato che l’alcol metilico gli aveva tolto e concluse.
-L’America è agli sgoccioli amico mio. Le bugie si sopportano fino a quando si sta bene o si crede di poter stare bene-
Non dissi nulla, cosa avrei potuto dire? Facevo e faccio parte di quella stessa merda che mio cugino cercava di scrollarsi di dosso. Creo aspettative in cambio di vacanze gratis, odio il turismo di massa, ma nello stesso tempo lo alimento vendendo realtà preconfezionate in cui investire ferie e denaro. Scendemmo dagli sgabelli del bancone, salutammo il vecchio che rispose con un cenno della testa e ci avviammo all’uscita. Durante il tragitto di ritorno non aprimmo più bocca. Oscar mi teneva il braccio, perché di notte non vede più nulla. Da due anni è affetto da cecità notturna. Quando il sole tramonta e si accendono i lampioni, davanti a lui c’è solo buio. Se vuole vedere qualcosa è costretto a usare una parte molto periferica del campo visivo, girando gli occhi tutti da una parte, in uno sforzo assolutamente innaturale. I dottori hanno detto che è incurabile, perché il suo non è un problema di messa a fuoco, ma di visione. Non nel senso fisico del termine, ma mentale. Il problema è il processo d’interpretazione dell’immagine che arriva sulla retina, non la percezione dell’immagine stessa. Chi soffre di questo disturbo capisce bene il significato di queste parole. Di giorno la visione è normale, i contorni degli oggetti ben definiti e i particolari ben visibili. Di notte tutto sembra sparire, come nascosto dietro un velo grigio. Silvia si è dileguata tra la folla. All’improvviso, qualcuno afferra la mia mano con forza e inizia a farmi strada tra la folla. Una sensazione di sicurezza e benessere mi avvolge. La stessa sensazione che si prova nel ritrovare la strada persa. Tutti i ricordi dell’infanzia diventano chiari e puliti. In un attimo sono all’ingresso della metropolitana. Osservo l’uomo che mi ha trascinato. È Brian. Prende le mie mani tra le sue, mi bacia, infila un bigliettino nella mia tasca e va via senza dire nulla. Abbasso lo sguardo verso destra, al mio fianco c’è un bambino dal viso familiare. Tiro fuori il biglietto dalla tasca e leggo. Una sensazione di vertigini improvvisa mi fa barcollare, mi sento svenire. Buio. Al risveglio, un nuovo tepore mi avvolge. Vorrei parlare, ma riesco solo a piangere e urlare. Intorno a me ci sono tante persone e tanto sangue. Anch’io sono coperto di sangue. Delle forbici mi tagliano qualcosa che spunta dall’ombelico. Mani enormi mi puliscono e mi mettono tra le braccia di una donna pallida e sudata. -Benvenuto in questo mondo Brian, io sono la tua mamma.
I miei ricordi iniziano a svanire, cerco di trattenerli. Riesco solo a sentire una cantilena, sono le parole che avevo letto prima di chiudere gli occhi:

L’ORDINE È ARTIFICIALE, ANCHE CIÒ CHE VUOI CAPIRE È ARTIFICIALE

LE CASE DEI MORTI SONO STRATI DI ROCCE

LE VOCI DEI MORTI SONO SOFFI DI VENTO

LE OSSA DEI MORTI SONO LEGNA DA ARDERE

LE VITE DEI VIVI SONO DEI CONTINUI RINASCERE

LINGUE DI PIETRA APPESANTISCONO IL PENSIERO FINO A FARLO CADERE NELL’INESPRIMIBILE

mercoledì 9 giugno 2010

Il mestiere di scrivere

Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altriScrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere. Scrivo perché ce l'ho con voi tutti, contro il mondo. Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno. Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola. Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l'odore della carta e dell'inchiostro. Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell'arte del romanzo. Scrivo per abitudine, per  passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Scrivo nella speranza di capire perché ce l'ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato. Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri. Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante. Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita. Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla. Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni. Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia. Scrivo per essere felice.

(Orhan Pamuk) 

Contributo visivo: vignetta del fumetto "Le straordinarie avventure di Pentothal" di Andrea Pazienza, 1977

giovedì 13 maggio 2010

Trovami una ragione per smettere

Due fuochi che ardono, mentre io resto a fissarli. Sono davanti a questo calore, un'altra fiamma brucia dentro di me. Aspetto. Tutto finalmente esplode. Tutto si consuma. E' stato sufficiente spargere un po' di benzina su quello che mi fa stare meglio. Tutto mi è sfuggito dalle mani, un accendino e l'esplosione è stata fatale. Salva questa notte e guarda il cielo. Il fumo che si è levato ha penetrato tutte le case. Un fuoco e tutte le stronzate spariscono. Forse è meglio non restare a guardarlo a lungo: potrei volermene appropriare e tutto svanirebbe in una fiammata. Forse sarebbe meglio che a sparire fossero tutte le stronzate di questo mondo, così avide da possedermi.

domenica 11 aprile 2010

Insieme resisteremo, divisi cadremo

Ci sarebbe bisogno di aneddoti da raccontare, sempre. In questo modo diventerebbe più facile eludere il momento e sfuggire all'identificazione. La memoria è un'arma potentissima. Con quest'arma puoi bloccare, destabilizzare, differire nel tempo la reazione dell'avversario, controllare. Memorizzare è potere. Gli archivi sono potere. Voler dimenticare può significare solo rinuncia o utopia. Non voler avere una memoria e una specificità, seppur apparente, vuol dire trovarsi sull'antro della pazzia o sulla porta dell'anarchia. Un'anarchia che ricorda solo se stessa e le proprie visioni. Le visioni sono potenzialmente delle realtà, diventano tali quando sono condivise. Bisognerebbe definire meglio l'anarchia. Forse l'anarchia è pazzia o forse così mi piace pensarla. Non sono in grado di creare condivisioni, esse hanno il sapore dell'autorità, anche quelle più innocenti. La pazzia è la coerenza verso la potenzialità. La realtà è una verità approssimativa, una situazione. Il segreto è fare, far vedere. In questo modo la potenza sarà visibile, diventerà reale, ma non bisogna legarsi alla potenza, perchè la potenza è fluida, è la presignificazione. La potenza non si possiede si custodisce, così come la pazzia. Versa questo unguento intorno a te e credi nella contaminazione.

Contributo visivo: "Television, the drug of the nation", adesivo situazionista da applicare sul telecomando

sabato 27 febbraio 2010

-INCIPIT- Tutti i marinai hanno visto almeno una sirena

Accadde tutto in una notte. La voce roca impediva alle parole di apparire distinte, ma allo stesso tempo conferiva loro un suono già ascoltato. Una taverna dimenticata dal mondo, di quelle in cui si potrebbe incontrare un pescatore che parla di sirene ad un donnaiolo ubriaco. Una notte in cui la vita si è già manifestata in una moltitudine di luci e suoni e sta per spegnersi insieme all'ultimo fuoco acceso da un vagabondo. In quella stessa notte, in una delle strade della città, lei fece la sua comparsa. Avvolta nei fumi della sua ipocrisia, i tratti del suo viso apparivano appena distinguibili. Era lei, non c'era dubbio, lo si capiva dalle facce rassegnate della gente che incontrava lungo il suo tragitto. Era lei: la questione di principio. Nessuno riusciva a contraddirla, era l'unica a dispensare certezze in quelle vite così relative. Affascinava tutti con i suoi abiti cangianti, eppure, dopo il suo passaggio, lasciava dietro di sé solo rassegnazione. Già, perché da buona prostituta si concedeva a tutti, ma il germe della sua malattia s'insidiava nella fittizia dignità degli uomini.
Nessuno può salvarsi. Sbarrate le porte. Chiudete gli occhi quando incrociate il suo viso, o ne rimarrete pietrificati. I suoi capelli, come tentacoli, avvinghierebbero la vostra anima modellandola secondo i suoi desideri. Senza rendervene conto sarete diventati solo i suoi rifiuti. Non lasciatevi ammaliare dalle sue rassicuranti parole. Solo così sarete salvi.
Ma forse è troppo tardi. Chi di voi può dire di non averla mai incontrata? Chi di voi può dire di non averla mai cercata? Chiunque abbia sentito appena il bisogno di un'effimera certezza, è stato già condannato.
Non era un caso che un pescatore stesse parlando di sirene ad un donnaiolo. Avrebbe voluto portarlo con sé sulla sua barca per poi annegarlo nella stupidità delle sue illusioni. Lo avrebbe fatto tuffare in quel mare sconfinato, illudendolo di riuscire ad afferrare quello che per lui sarebbe stato l'unico motivo valido per tuffarsi: una sirena che lo attende per avvolgerlo nel mortale abbraccio della sua convinzione.

Contributo visivo: "Royal Lodger" di Marcel Dzama, 2003