sabato 27 febbraio 2010

-INCIPIT- Tutti i marinai hanno visto almeno una sirena

Accadde tutto in una notte. La voce roca impediva alle parole di apparire distinte, ma allo stesso tempo conferiva loro un suono già ascoltato. Una taverna dimenticata dal mondo, di quelle in cui si potrebbe incontrare un pescatore che parla di sirene ad un donnaiolo ubriaco. Una notte in cui la vita si è già manifestata in una moltitudine di luci e suoni e sta per spegnersi insieme all'ultimo fuoco acceso da un vagabondo. In quella stessa notte, in una delle strade della città, lei fece la sua comparsa. Avvolta nei fumi della sua ipocrisia, i tratti del suo viso apparivano appena distinguibili. Era lei, non c'era dubbio, lo si capiva dalle facce rassegnate della gente che incontrava lungo il suo tragitto. Era lei: la questione di principio. Nessuno riusciva a contraddirla, era l'unica a dispensare certezze in quelle vite così relative. Affascinava tutti con i suoi abiti cangianti, eppure, dopo il suo passaggio, lasciava dietro di sé solo rassegnazione. Già, perché da buona prostituta si concedeva a tutti, ma il germe della sua malattia s'insidiava nella fittizia dignità degli uomini.
Nessuno può salvarsi. Sbarrate le porte. Chiudete gli occhi quando incrociate il suo viso, o ne rimarrete pietrificati. I suoi capelli, come tentacoli, avvinghierebbero la vostra anima modellandola secondo i suoi desideri. Senza rendervene conto sarete diventati solo i suoi rifiuti. Non lasciatevi ammaliare dalle sue rassicuranti parole. Solo così sarete salvi.
Ma forse è troppo tardi. Chi di voi può dire di non averla mai incontrata? Chi di voi può dire di non averla mai cercata? Chiunque abbia sentito appena il bisogno di un'effimera certezza, è stato già condannato.
Non era un caso che un pescatore stesse parlando di sirene ad un donnaiolo. Avrebbe voluto portarlo con sé sulla sua barca per poi annegarlo nella stupidità delle sue illusioni. Lo avrebbe fatto tuffare in quel mare sconfinato, illudendolo di riuscire ad afferrare quello che per lui sarebbe stato l'unico motivo valido per tuffarsi: una sirena che lo attende per avvolgerlo nel mortale abbraccio della sua convinzione.

Contributo visivo: "Royal Lodger" di Marcel Dzama, 2003

giovedì 19 novembre 2009

Homo Strategicus

Erano due ore che aspettavamo succedesse qualcosa. L'apatia e il mutismo del nostro neo amico newyorkese erano contagiose. In compenso i culi delle ballerine tobagonians erano causa di piacevoli sussulti al mio bassoventre. C'era una grande parata, la West indian carnival parade, che dalle prime luci dell'alba girava in tondo per alcune aree del quartiere di Brooklyn. Personaggi seminudi piumati che simulavano atti sessuali e stregoni vudù, tutto al ritmo di musica reggae e drum and bass. Tra loro e le macchine fotografiche dei curiosi c'erano cordoni di poliziotti vestiti di blù. L'atmosfera, devo dirlo, era altamente finta, la gioia pesantemente controllata e tenuta sotto il livello dell'intemperanza. Una massa festiva con sovrabbondanza di maschi per le femmine, sovrabbondanza di femmine per i maschi e sovrabbondanza di guardie per tutti.
Cercavo di divertirmi, ma mi convincevo sempre più che una festa militarizzata e piena di gente passiva che scatta foto non potrà mai essere una festa.
-Se decontestualizzi queste foto, la gente che le vedrà non potrà fare altro che restarne affascinato. Lo so, la parata è monotona, ma guarda che tipi strani, basterà aggiungere qualche didascalia simpatica e il gioco è fatto-.
Queste parole di Silvia erano un pezzo di verità, la stessa verità che c'è dietro all'atto di mostrare un profilattico a un ignaro bambino e dirgli che serve per curare le vesciche dei piedi, lui non potrà fare altro che crederti e rimanere affascinato da un tale prodigio.
Decontestualizzare per affascinare. Prendere una realtà più o meno consolidata, pulirla delle sfumature monotone o spiacevoli e riproporla in un luogo lontano. Non importa che il luogo sia fisico o concettuale l'importante è che la nuova realtà sia percepita come tale.
Mentre pensavo queste cose, cercando di evitare lo sguardo apatico di Brian, Silvia si era lanciata con la sua macchina fotografica in mezzo a tutti gli altri osservatori passivi. In quello stesso momento il mio pensiero deviò su un discorso alcolico che Carlo mi aveva fatto qualche settimana prima in un circolo per soli italoamericani pieno di vecchi ubriaconi che guardavano film porno: -caro Mario, è un'illusione, l'America è tutta un'illusione, pensi di comprare qualcosa per 10$ e invece di costerà 15$, leggi su un giornale l'elogio a una compagnia che ha versato le sue tasse a un fondo sociale e pensi, cazzo questa è una compagnia seria, ma se hai la fortuna di poter combinare più informazioni, ti potrai accorgere che era semplicemente una tattica, una sporca tattica per poter avere sgravi fiscali e trasformare quest'azione in un atto di solidarietà sociale-.

Contributo visivo: "Elegant warfare n.2" di Antonio Riello

giovedì 22 ottobre 2009

Cosa mi piace di...

Sembrava un gabbiano che si stagliava all'orizzonte. Ali enormi che abbracciavano tutta la veduta dello spettatore. Come un pittore, ora, tracciava i lineamenti della figura che gli stava di fronte. Faccia scarna, labbra tumefatte, pelle giallognola. Seguiva con lo sguardo le sue dita ch si muovevano intorno alla sua figura riflessa allo specchio. Cosa gli piaceva della sua condizione? Il fatto che tutti i rapporti che aveva creato erano stupendi. Il fatto che erano parte di un dipinto se paragonati alla vita reale. Il fatto di sentirsi così superiore, così perfetto, mentre parlava con qualcuno. Il fatto di stare abbracciato, in quella condizione idilliaca, alle proiezioni che lui stesso aveva dato di sé, e che pure disprezzava. Il fatto di sentirsi così lontano da se stesso, dal mondo che lo circondava, senza neppure aver fatto un passo fuori dalla sua camera. Il fatto di sentire ogni parte del suo corpo sbattere freneticamente, come se si distaccasse da lui e fosse proiettata ad anni luce di distanza. Come se tutto fosse sincronizzato alle sue esigenze. Eppure... era una bestia selvaggia accasciata a terra. Sembra tutto così finto. Ora, come mosso da un primordiale bisogno alla sopravvivenza, nell'attesa che il suo carnefice passi ad acquietare i suoi istinti, si ferma davati allo specchio: si accorge che le sue enormi ali da gabbiano sono diventate esili braccia e che lo spettatore che lo sta fissando è il suo stesso corpo che chiede pietà.

Contributo visivo: "Zuert die fusse" di Martin Kippenberg, 1990