venerdì 20 luglio 2012

I always saw better when my eyes were closed.

Quando sono troppo felice ho paura.
Come in quei film in cui il protagonista sa che qualcosa nella sua vita sta cambiando, riesce a sentirlo, lo avvolge...e nel pieno della sua ebbrezza, a metà film, muore. E poi lì, tutti gli amici, a compiangerlo, a dire quanto era magnifico e a quanti ora mancherà.
La mia felicità mi ricorda proprio la piena consapevolezza che le persone hanno della loro vita e quell'attimo in cui tutto ci appare chiaro e distinto, che precede la fine dei nostri giorni.
La mia felicità è pienezza, e il Pieno mi fa paura. Mi fa credere che in fondo così tutto va bene, è tutto parte di me, io mi sento parte del tutto...e così sarà per sempre.
Anche il Per Sempre mi spaventa. Mi spaventa l'eternità, il pensiero che niente cambierà. Il credere che il tempo si sia fermato in una dimensione parallela e che tutti i ricordi siano istantanee, ed io, da sola, cerco di farmi spazio tra le immagini di un passato che ancora fatico a mettere da parte, ad allontanarle completamente da me.
Mi fa paura il pensiero che un giorno potrei non avere più ricordi e non distinguere più i volti delle persone, mi spaventa il pensiero che un giorno potrei dimenticare completamente il mio passato, la mia vita.
Mi spaventano gli schemi, la catalogazione. Le forme fisse di pensiero che non cambiano mai: tutti ne hanno, chi più...chi più. Quando davanti a me vedo solo una massa di occhi ciechi ed orecchie sorde.
La felicità mi spaventa...mi spaventa perché mi sento completa. E questo mi rende immobile di fronte allo splendido ritratto del mondo. Mi asciuga la bocca e mi fa battere il cuore. Ma di questa felicità, in fondo, ci morirei...anche qualche volta in più.

Contributo visivo:  "Explorer pointing the way", Brett Masters,1991

giovedì 27 gennaio 2011

Assenza gravitazionale

Risveglio: h 16:15.
Come se ci fosse un grande magnete sotterraneo che attira i corpi sul suolo terrestre.S ento gli arti pesanti, non riesco a tenerli fermi o in equilibrio. Sento che vengono spinti a terra. Bella performance.
No, davvero. Potrei affondare la mia faccia sotto la sabbia, sotto la terra sotto l'acqua...ne sarei felice. Non certo per un senso di vergogna, consapevolezza acquisita nel tempo, ma per un bisogno di contatto con la stessa materia di cui sono composta. Acqua, terra, fuoco e aria. Non riuscivo a crederci all'inizio, cioè non mi sembrava così "rivoluzionaria" come nozione: acqua = mente; fuoco= sangue; terra= corpo; aria= emozioni. Il mio sguardo non riesce più a mettere bene a fuoco ciò che guarda e ora, se osservo le mie braccia le vedo quasi in trasparenza, riesco a sentire il fuoco che brucia, la terra che rinforza; la mente...mare in tempesta. Mare grigio, pacato, vuoto di ogni specie marina, pioggia. Il contatto con l'acqua si è rivelato più forte di quanto non credessi.

domenica 21 novembre 2010

Guardami guardarti

Ti sei fermata, che stupida. Hai guardato appena oltre il tuo naso e ti sei accorta che tutto ciò che volevi scrollarti di dosso, sta tornando indietro come un boomerang. Sei solo il centro di orbite gravitazionali perenni che si lasciano percorrere da ciò che credevi non ti appartenesse più. Sei un'ingrata: credevi fosse facile ripagare a quello che ho fatto per te, credevi fosse addirittura giusto voltarmi le spalle dopo tanto tempo. E invece guardati un po' intorno. Cosa ti è rimasto? Che c'è, vuoi forse dirmi che ti ha fatto bene stare senza di me seppur per poco tempo? Dimmi la verità: tutte le volte che hai avuto bisogno di me, non sono forse stato sempre lì con te? Credevi che i surrogati di cui ti sei circondata avrebbero compensato a tutto il vuoto che una mia definitiva scomparsa ti avrebbe lasciata? Ti sei fermata, finalmente. Ora riesci a sentire ancora la mia voce e ti chiedi il perché. Adesso riesco a parlarti, a sfiorarti gli organi, a contare i battiti del tuo cuore marcio. Lo senti il soffio leggero della mia anima che rigenera le ferite che continuavano a sanguinare? Sono sempre stato con te, dentro di te, non ti ho mai lasciata da sola. Conosco bene le tue debolezze, i tuoi inganni, le tue paure, i tuoi spasmi e le tue vergogne. Hai finalmente capito che anche tu sei un inutile surrogato, una compensazione momentanea, una sensazione alienante: ti mangiano, ti bevono e vanno via senza pagare. Certo torneranno, chi non lo farebbe. Ma non correre, non lasciare che il vento trascini via la mia voce. Io sono dentro di te e tu non puoi liberarti di me.
Fin quando albergherò nel tuo corpo non dovrai più temere nulla.
Ti sei fermata. Senti la mia voce, senti i tuoi pensieri. Lasciati accarezzare dentro e donati a me ancora. Abbandonati e torna da me. Io sono sempre stato qui per te, ti ho osservata sai? Ti guardavo sorridere, ti sentivo stretta, sentivo che il tuo corpo mi stava rifiutando, si stringeva e cercava di espellermi. Ho creduto allora che il mio compito fosse terminato. Ma tu sei tornata da me. E io non posso fare a meno di te.

Contributo visivo: "Connections" di Piercarlo Carelle, 2006

mercoledì 20 ottobre 2010

La luna gira il mondo e noi dormiamo

 
É facile essere soli anche con 7 persone intorno, basta un lettore MP3 e un paese straniero. La videocamera è uno sguardo ubriaco se mossa velocemente. I dettagli si confondono e tutto sfuma. Perchè mancano i posti per i pazzi, gli stupidi e i figli di nessuno?
Eliminando manicomi e carceri resta solo la strada o la corda. Non avere un orologio al polso e un telefono in tasca è il primo passo per la libertà. Bisogna passare prima dalla solitudine per essere liberi. L'affluenza della gente in metropolitana, le ombre create dalla luce solare, la fame e il sonno saranno le lancette del mio orologio.
Trenton-NJ, 14 agosto 2009 

Contributo visivo: "Subway" di un amico anonimo, 2009

lunedì 13 settembre 2010

E' proprio lì, guarda, oltre le nuvole!

Questa è la storia di un veliero che un giorno decise di salpare per il cielo. Non si sa mai con sufficiente anticipo quale sarà la parte del tuo corpo che marcirà per prima bruciando tra le fiamme del tuo inferno. L'unica certezza che si ha è un bruciore in corrispondenza del punto di putrefazione. Finché questo momento non arriva, non fai altro che penetrare i tuoi artigli nel corpo di chi ti sta accanto.
Una volta i miei artigli hanno sfiorato la superficie dell'oceano e lentamente ne hanno tracciato gli orizzonti. A sinistra riuscivo a tendere la mia mano sotto superfici ghiacciate, levigate, sotterranee, che al solo sfiorarle la mia mano scivolava via. Appena pochi centimetri più su, le mie dita scorgevano una duna nel deserto, la naturale dilatazione di un corpo rilassato. E lentamente, mentre il vento dell'imbarazzo soffiava in direzione opposta alla mia, la mia mano risaliva la piccola duna, che come levigata dallo stesso vento, si distendeva.
Le mie dita si allungavano e il mignolo riusciva a sentire dell'altro ghiaccio e del'altra sabbia, in maniera speculare. E poi, continuando a percorrere la corrente di un canale che mi portava giù, scorsi un campanellino che, al solo tocco, emanava uno squillo di felicità. E mi divertivo a fargli tante capriole intorno, così da farlo suonare: era bello assaporarne la felicità.
Il tutto come a tessere una storia descrivendo solo il paesaggio circostante. Come se ogni poro della pelle fosse collegato agli altri attraverso il passaggio delle dita, in grado di mescolare le sostanze presenti su di essi.
Da quel giorno avverto un leggero bruciore percorrere le linee della mia mano.
Se la chiudo sento ancora la forza del vento che, non più carico di pudore, cerca di placare il mio bruciore, ma non è detto che non sia lui stesso ad alimentare queste ferite.
Questa è la storia di un veliero che un giorno decise di rilassarsi in cielo.
Vecchio guerriero che riposi in questo cielo, un giorno, per favore,
trafiggimi il cuore!


Contributo visivo: Salvator Dalì posa in "Voluptas Mors", foto di Philippe Halsman, 1951

giovedì 29 luglio 2010

A proposito di partenze

No davvero, secondo me tu hai ragione. Cioè, voglio dire, alla fine è tutta una questione di punti di vista. Se la solitudine di quattro pareti può essere paragonata a quella che provi dentro in questo momento, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se la fretta di sentirsi in colpa ti accompagna a casa la sera, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se quello che hai scoperto ti ha reso così inerme di fronte alla vita, come succede a me, potrei credere che la tua vita non sia poi tanto più bella della mia. Se la voglia di riabbracciare i tuoi cari non è frenata dalla paura di rivedere i tuoi spettri, sono sicura che la mia vita sia di sicuro meno bella della tua.Credi sia facile tirare avanti semplicemente facendo finta di voltarsi per non guardare? Non guardarmi in quel modo pietoso, la tua pietà mi mortifica, mi pietrifica. L'ultima volta che il mio spettro è venuto a farmi visita è stata determinante: se torno o meno lui ci sarà.


Contributo visivo: particolare del murales "Buckjump" di Blu, Berlino, 2007 http://www.blublu.org/

sabato 19 giugno 2010

Aurora

Non succede nulla. Silvia sembra non accorgersene. In compenso i culi delle ballerine tobagonians mi provocano piacevoli sussulti al bassoventre. Sono in una grande parata, la West indian carnival parade, che dalle prime luci dell'alba gira in tondo ad alcune aree del quartiere di Brooklyn. Uomini e donne seminude simulano atti sessuali. Stregoni vudù ballano al ritmo di musica reggae e drum’n’bass. Tra loro e le macchine fotografiche dei curiosi ci sono lunghi cordoni di poliziotti. La gioia è pesantemente controllata e tenuta sotto il livello dell’intemperanza.Una massa in festa con sovrabbondanza di maschi per le femmine, sovrabbondanza di femmine per i maschi e sovrabbondanza di guardie per tutti.Tirando le somme, mi trovo in una festa militarizzata piena di osservatori passivi che impugnano macchine fotografiche.Eppure la giornata è iniziata con un imprevisto. Giravo all’alba da solo in un parco. Aspettavo Silvia per iniziare a lavorare. Dal nulla è apparso un uomo. Me lo sono trovato davanti senza averlo visto arrivare. Si è presentato cordialmente. Diceva di chiamarsi Brian. Mi ha fatto uno strano discorso sull’immortalità dell’anima, poi è scomparso. Il suo arrivo è stato silenzioso e inaspettato come la sua partenza. Gli avevo dato le spalle per rispondere al telefono, mi sono voltato e non c’era più. Al suo posto c’era Silvia con la macchina fotografica a tracolla. Con un sorriso e un cenno della testa mi ha invitato a seguirla. I primi carri allegorici avevano iniziato a tambureggiare.Io e Silvia siamo arrivati negli Stati Uniti da circa un mese. L’obiettivo è realizzare un reportage per conto di una rivista di viaggio che intende promuovere un pacchetto vacanze di due settimane: “A (s)passo caraibico”! Quindici giorni sulle orme dei carnevali caraibici sparsi nel nord America, partenza da Montreal e a seguire Ottawa, Toronto, Boston e per finire la West indian carnival di New York.
- Se decontestualizzi queste foto, la gente che le vedrà non potrà fare altro che restarne affascinata- Silvia parla, sorride e scatta foto da non so quante ore. Io cerco di divertirmi senza riuscirci. Non le ho detto ancora nulla dello strano incontro di questa mattina.
-Lo so! La parata è monotona. Ma guarda che tipi strani! Basterà togliere qualche poliziotto qua e là, aggiungere qualche didascalia simpatica e il gioco è fatto-
Queste parole di Silvia sono un pezzo di verità. La stessa verità che c'è dietro l'atto di mostrare un profilattico a un ignaro bambino e dirgli che serve per curare le vesciche dei piedi. Lui non potrà fare altro che crederti e rimanere affascinato da un tale prodigio. Decontestualizzare per affascinare. Prendere una realtà più o meno consolidata, pulirla dalle sfumature monotone o spiacevoli, e riproporla in un luogo lontano. Non importa che il luogo sia fisico o concettuale, quel che importa è che la nuova realtà sia percepita come tale. Questo pensiero ha messo radici nella mia testa da due settimane. Prima di allora non avevo mai pensato al lato etico del mio lavoro. Tutto ha avuto inizio a Bridgeport nel Connecticut, la città che ha dato i natali al frisbee e che oggi produce elicotteri da combattimento. Ero andato a trovare mio cugino Oscar. Non lo avevo mai visto prima di allora. All’inizio degli anni settanta emigrò con una buona parte della famiglia di mia madre. All’epoca non ero ancora nato. Mio padre, ventenne, saldava capannoni industriali in giro per l’Europa. Mia madre, da poco maggiorenne, era una giovane lavoratrice sottopagata di un’industria tessile in provincia di Avellino. La curiosità per quel ramo della mia famiglia trapiantato in America mi aveva portato a conoscere quest’uomo di mezza età disoccupato, divorziato, disprezzato. Insomma, definibile solo per privazione. Eravamo seduti al bancone di uno sporting club per vecchi ubriaconi italoamericani nel centro della città. Bevevamo grappa di pessima qualità davanti a un LCD ad alta definizione.
-Caro Mario, è un'illusione. L'America è tutta un'illusione- Oscar mi rivolse queste parole all’improvviso dopo una buona mezz’ora di silenzio.
-Ho comprato un’auto nuova l’altro ieri, ero convinto di pagarla venticinquemila dollari. Quando ho staccato l’assegno c’era scritto ventinovemila dollari, ma la cosa idiota è che continuo a pensare di averla pagata venticinquemila dollari-.
Un vecchio dal profilo barbuto mi aveva sfilato il telecomando da sotto gli occhi e cambiato canale. -Quando leggo su un giornale che una compagnia ha versato le sue tasse a un fondo sociale, mi viene naturale pensare che sia stata un’azione di generosità. In effetti ho sempre pensato in questo modo. Ma ora basta! Non mi faccio più fottere!-
Dal televisore provenivano urla e gemiti. Era un pornazzo. Una donna longilinea dai capelli rossi era leggermente china in avanti con la faccia appiccicata a una vetrina.  Con la mano destra si massaggiava il seno sinistro che aveva tirato fuori dallo stretto bustino e con quella sinistra si masturbava. Ai suoi piedi, un uomo nerboruto le leccava la bocca del culo.
-Macché generosità! È tattica, una merdosa tattica per avere sgravi fiscali camuffati da solidarietà sociale, e tutto questo con l’aiuto dei giornali, che gli fanno bella pubblicità in cambio di finanziamenti- Il barista ci aveva versato altre due grappe, gentilmente offerte dal vecchio pornofilo. Tintinnio di bicchieri e giù per il gargarozzo. Oscar riprese il fiato che l’alcol metilico gli aveva tolto e concluse.
-L’America è agli sgoccioli amico mio. Le bugie si sopportano fino a quando si sta bene o si crede di poter stare bene-
Non dissi nulla, cosa avrei potuto dire? Facevo e faccio parte di quella stessa merda che mio cugino cercava di scrollarsi di dosso. Creo aspettative in cambio di vacanze gratis, odio il turismo di massa, ma nello stesso tempo lo alimento vendendo realtà preconfezionate in cui investire ferie e denaro. Scendemmo dagli sgabelli del bancone, salutammo il vecchio che rispose con un cenno della testa e ci avviammo all’uscita. Durante il tragitto di ritorno non aprimmo più bocca. Oscar mi teneva il braccio, perché di notte non vede più nulla. Da due anni è affetto da cecità notturna. Quando il sole tramonta e si accendono i lampioni, davanti a lui c’è solo buio. Se vuole vedere qualcosa è costretto a usare una parte molto periferica del campo visivo, girando gli occhi tutti da una parte, in uno sforzo assolutamente innaturale. I dottori hanno detto che è incurabile, perché il suo non è un problema di messa a fuoco, ma di visione. Non nel senso fisico del termine, ma mentale. Il problema è il processo d’interpretazione dell’immagine che arriva sulla retina, non la percezione dell’immagine stessa. Chi soffre di questo disturbo capisce bene il significato di queste parole. Di giorno la visione è normale, i contorni degli oggetti ben definiti e i particolari ben visibili. Di notte tutto sembra sparire, come nascosto dietro un velo grigio. Silvia si è dileguata tra la folla. All’improvviso, qualcuno afferra la mia mano con forza e inizia a farmi strada tra la folla. Una sensazione di sicurezza e benessere mi avvolge. La stessa sensazione che si prova nel ritrovare la strada persa. Tutti i ricordi dell’infanzia diventano chiari e puliti. In un attimo sono all’ingresso della metropolitana. Osservo l’uomo che mi ha trascinato. È Brian. Prende le mie mani tra le sue, mi bacia, infila un bigliettino nella mia tasca e va via senza dire nulla. Abbasso lo sguardo verso destra, al mio fianco c’è un bambino dal viso familiare. Tiro fuori il biglietto dalla tasca e leggo. Una sensazione di vertigini improvvisa mi fa barcollare, mi sento svenire. Buio. Al risveglio, un nuovo tepore mi avvolge. Vorrei parlare, ma riesco solo a piangere e urlare. Intorno a me ci sono tante persone e tanto sangue. Anch’io sono coperto di sangue. Delle forbici mi tagliano qualcosa che spunta dall’ombelico. Mani enormi mi puliscono e mi mettono tra le braccia di una donna pallida e sudata. -Benvenuto in questo mondo Brian, io sono la tua mamma.
I miei ricordi iniziano a svanire, cerco di trattenerli. Riesco solo a sentire una cantilena, sono le parole che avevo letto prima di chiudere gli occhi:

L’ORDINE È ARTIFICIALE, ANCHE CIÒ CHE VUOI CAPIRE È ARTIFICIALE

LE CASE DEI MORTI SONO STRATI DI ROCCE

LE VOCI DEI MORTI SONO SOFFI DI VENTO

LE OSSA DEI MORTI SONO LEGNA DA ARDERE

LE VITE DEI VIVI SONO DEI CONTINUI RINASCERE

LINGUE DI PIETRA APPESANTISCONO IL PENSIERO FINO A FARLO CADERE NELL’INESPRIMIBILE

mercoledì 9 giugno 2010

Il mestiere di scrivere

Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altriScrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere. Scrivo perché ce l'ho con voi tutti, contro il mondo. Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno. Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola. Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l'odore della carta e dell'inchiostro. Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell'arte del romanzo. Scrivo per abitudine, per  passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Scrivo nella speranza di capire perché ce l'ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato. Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri. Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante. Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita. Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla. Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni. Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia. Scrivo per essere felice.

(Orhan Pamuk) 

Contributo visivo: vignetta del fumetto "Le straordinarie avventure di Pentothal" di Andrea Pazienza, 1977

giovedì 13 maggio 2010

Trovami una ragione per smettere

Due fuochi che ardono, mentre io resto a fissarli. Sono davanti a questo calore, un'altra fiamma brucia dentro di me. Aspetto. Tutto finalmente esplode. Tutto si consuma. E' stato sufficiente spargere un po' di benzina su quello che mi fa stare meglio. Tutto mi è sfuggito dalle mani, un accendino e l'esplosione è stata fatale. Salva questa notte e guarda il cielo. Il fumo che si è levato ha penetrato tutte le case. Un fuoco e tutte le stronzate spariscono. Forse è meglio non restare a guardarlo a lungo: potrei volermene appropriare e tutto svanirebbe in una fiammata. Forse sarebbe meglio che a sparire fossero tutte le stronzate di questo mondo, così avide da possedermi.

domenica 11 aprile 2010

Insieme resisteremo, divisi cadremo

Ci sarebbe bisogno di aneddoti da raccontare, sempre. In questo modo diventerebbe più facile eludere il momento e sfuggire all'identificazione. La memoria è un'arma potentissima. Con quest'arma puoi bloccare, destabilizzare, differire nel tempo la reazione dell'avversario, controllare. Memorizzare è potere. Gli archivi sono potere. Voler dimenticare può significare solo rinuncia o utopia. Non voler avere una memoria e una specificità, seppur apparente, vuol dire trovarsi sull'antro della pazzia o sulla porta dell'anarchia. Un'anarchia che ricorda solo se stessa e le proprie visioni. Le visioni sono potenzialmente delle realtà, diventano tali quando sono condivise. Bisognerebbe definire meglio l'anarchia. Forse l'anarchia è pazzia o forse così mi piace pensarla. Non sono in grado di creare condivisioni, esse hanno il sapore dell'autorità, anche quelle più innocenti. La pazzia è la coerenza verso la potenzialità. La realtà è una verità approssimativa, una situazione. Il segreto è fare, far vedere. In questo modo la potenza sarà visibile, diventerà reale, ma non bisogna legarsi alla potenza, perchè la potenza è fluida, è la presignificazione. La potenza non si possiede si custodisce, così come la pazzia. Versa questo unguento intorno a te e credi nella contaminazione.

Contributo visivo: "Television, the drug of the nation", adesivo situazionista da applicare sul telecomando

sabato 27 febbraio 2010

-INCIPIT- Tutti i marinai hanno visto almeno una sirena

Accadde tutto in una notte. La voce roca impediva alle parole di apparire distinte, ma allo stesso tempo conferiva loro un suono già ascoltato. Una taverna dimenticata dal mondo, di quelle in cui si potrebbe incontrare un pescatore che parla di sirene ad un donnaiolo ubriaco. Una notte in cui la vita si è già manifestata in una moltitudine di luci e suoni e sta per spegnersi insieme all'ultimo fuoco acceso da un vagabondo. In quella stessa notte, in una delle strade della città, lei fece la sua comparsa. Avvolta nei fumi della sua ipocrisia, i tratti del suo viso apparivano appena distinguibili. Era lei, non c'era dubbio, lo si capiva dalle facce rassegnate della gente che incontrava lungo il suo tragitto. Era lei: la questione di principio. Nessuno riusciva a contraddirla, era l'unica a dispensare certezze in quelle vite così relative. Affascinava tutti con i suoi abiti cangianti, eppure, dopo il suo passaggio, lasciava dietro di sé solo rassegnazione. Già, perché da buona prostituta si concedeva a tutti, ma il germe della sua malattia s'insidiava nella fittizia dignità degli uomini.
Nessuno può salvarsi. Sbarrate le porte. Chiudete gli occhi quando incrociate il suo viso, o ne rimarrete pietrificati. I suoi capelli, come tentacoli, avvinghierebbero la vostra anima modellandola secondo i suoi desideri. Senza rendervene conto sarete diventati solo i suoi rifiuti. Non lasciatevi ammaliare dalle sue rassicuranti parole. Solo così sarete salvi.
Ma forse è troppo tardi. Chi di voi può dire di non averla mai incontrata? Chi di voi può dire di non averla mai cercata? Chiunque abbia sentito appena il bisogno di un'effimera certezza, è stato già condannato.
Non era un caso che un pescatore stesse parlando di sirene ad un donnaiolo. Avrebbe voluto portarlo con sé sulla sua barca per poi annegarlo nella stupidità delle sue illusioni. Lo avrebbe fatto tuffare in quel mare sconfinato, illudendolo di riuscire ad afferrare quello che per lui sarebbe stato l'unico motivo valido per tuffarsi: una sirena che lo attende per avvolgerlo nel mortale abbraccio della sua convinzione.

Contributo visivo: "Royal Lodger" di Marcel Dzama, 2003

giovedì 19 novembre 2009

Homo Strategicus

Erano due ore che aspettavamo succedesse qualcosa. L'apatia e il mutismo del nostro neo amico newyorkese erano contagiose. In compenso i culi delle ballerine tobagonians erano causa di piacevoli sussulti al mio bassoventre. C'era una grande parata, la West indian carnival parade, che dalle prime luci dell'alba girava in tondo per alcune aree del quartiere di Brooklyn. Personaggi seminudi piumati che simulavano atti sessuali e stregoni vudù, tutto al ritmo di musica reggae e drum and bass. Tra loro e le macchine fotografiche dei curiosi c'erano cordoni di poliziotti vestiti di blù. L'atmosfera, devo dirlo, era altamente finta, la gioia pesantemente controllata e tenuta sotto il livello dell'intemperanza. Una massa festiva con sovrabbondanza di maschi per le femmine, sovrabbondanza di femmine per i maschi e sovrabbondanza di guardie per tutti.
Cercavo di divertirmi, ma mi convincevo sempre più che una festa militarizzata e piena di gente passiva che scatta foto non potrà mai essere una festa.
-Se decontestualizzi queste foto, la gente che le vedrà non potrà fare altro che restarne affascinato. Lo so, la parata è monotona, ma guarda che tipi strani, basterà aggiungere qualche didascalia simpatica e il gioco è fatto-.
Queste parole di Silvia erano un pezzo di verità, la stessa verità che c'è dietro all'atto di mostrare un profilattico a un ignaro bambino e dirgli che serve per curare le vesciche dei piedi, lui non potrà fare altro che crederti e rimanere affascinato da un tale prodigio.
Decontestualizzare per affascinare. Prendere una realtà più o meno consolidata, pulirla delle sfumature monotone o spiacevoli e riproporla in un luogo lontano. Non importa che il luogo sia fisico o concettuale l'importante è che la nuova realtà sia percepita come tale.
Mentre pensavo queste cose, cercando di evitare lo sguardo apatico di Brian, Silvia si era lanciata con la sua macchina fotografica in mezzo a tutti gli altri osservatori passivi. In quello stesso momento il mio pensiero deviò su un discorso alcolico che Carlo mi aveva fatto qualche settimana prima in un circolo per soli italoamericani pieno di vecchi ubriaconi che guardavano film porno: -caro Mario, è un'illusione, l'America è tutta un'illusione, pensi di comprare qualcosa per 10$ e invece di costerà 15$, leggi su un giornale l'elogio a una compagnia che ha versato le sue tasse a un fondo sociale e pensi, cazzo questa è una compagnia seria, ma se hai la fortuna di poter combinare più informazioni, ti potrai accorgere che era semplicemente una tattica, una sporca tattica per poter avere sgravi fiscali e trasformare quest'azione in un atto di solidarietà sociale-.

Contributo visivo: "Elegant warfare n.2" di Antonio Riello

giovedì 22 ottobre 2009

Cosa mi piace di...

Sembrava un gabbiano che si stagliava all'orizzonte. Ali enormi che abbracciavano tutta la veduta dello spettatore. Come un pittore, ora, tracciava i lineamenti della figura che gli stava di fronte. Faccia scarna, labbra tumefatte, pelle giallognola. Seguiva con lo sguardo le sue dita ch si muovevano intorno alla sua figura riflessa allo specchio. Cosa gli piaceva della sua condizione? Il fatto che tutti i rapporti che aveva creato erano stupendi. Il fatto che erano parte di un dipinto se paragonati alla vita reale. Il fatto di sentirsi così superiore, così perfetto, mentre parlava con qualcuno. Il fatto di stare abbracciato, in quella condizione idilliaca, alle proiezioni che lui stesso aveva dato di sé, e che pure disprezzava. Il fatto di sentirsi così lontano da se stesso, dal mondo che lo circondava, senza neppure aver fatto un passo fuori dalla sua camera. Il fatto di sentire ogni parte del suo corpo sbattere freneticamente, come se si distaccasse da lui e fosse proiettata ad anni luce di distanza. Come se tutto fosse sincronizzato alle sue esigenze. Eppure... era una bestia selvaggia accasciata a terra. Sembra tutto così finto. Ora, come mosso da un primordiale bisogno alla sopravvivenza, nell'attesa che il suo carnefice passi ad acquietare i suoi istinti, si ferma davati allo specchio: si accorge che le sue enormi ali da gabbiano sono diventate esili braccia e che lo spettatore che lo sta fissando è il suo stesso corpo che chiede pietà.

Contributo visivo: "Zuert die fusse" di Martin Kippenberg, 1990

Relatività della certezza

Questa riflessione risale a un po' di tempo fa, quando vivevo nella speranza d'imparare l'arte dei funamboli.
"Il tepore è fuoco se l'orizzonte è solo sopravvivere. Le mie dita s'intrecciano su un pianoforte come le tue sulla tastiera. Ma la mia è una musica soffocata dal rumore di fondo che prende il sopravvento. Non ha ritmo. E così questo mio tempo è scandito da un non-ritmo. Il mio spirito balla su questa fune così sottile con un ritmo che ai comuni mortali non è dato conoscere. Per loro, la mia musica è silenzio."
Quella rete al di sotto della fune, che serve da protezione quando si è alle prime armi, ormai non c'era più. Mi ero così abituata alla sua idea, che qualche tempo fa dimenticai che fosse stata tolta. Il mio corpo, sulla fune, non ce la fece a compensare i due pesi che tenevano in equilibrio il bastone tra le mie mani: non sempre il nostro carico di esperienze riesce a bilanciare la mutabilità degli eventi.
Ed eccomi ora a sorseggiare un bicchiere di vino, aspettando che faccia la sua comparsa alla mia porta quel flaconcino portatore dell'idea di mondo che ognuno vuole darci.

Contributo visivo: opera sconosciuta ispirata da "Portrait of the journalist Sylvia von Harden" di Otto Dix, 1926

sabato 10 ottobre 2009

Questa parete non è mai stata così bianca...

Vedo fuggire queste ombre che mi circondano. Attraverso i volti con lo sguardo, buco gli occhi. Non si fermano, continuano a passare e a calpestarmi i piedi. Non mi fanno spazio. Mi soffocano, mi stringono e mi spingono contro di loro. Eppure la piazza vista da qui non è mai stata così ferma. Un'istantanea. Forse tutti immobili. Forse tutto così rapido da buttarsi alle spalle il tempo. Quello che ho appena fatto non è. Non è sangue, non è polvere. Non è vita, non è morte. Né principio, né fine. Né giusto, né sbagliato. Non potrei definirlo liberazione, non potrei definirlo gabbia. E' tutto quello che potrebbe non essere. E' tutto quello che fa fatica a prendere forma, perché una forma dovresti dargliela tu quando vedi tutto così in balia dei movimenti degli altri. Difficile da spiegare. Mi sposto. C'è solo dell'acqua per bagnare un po' le labbra. Non riesco più a ingoiare. Gino dice che la condivisione rende realtà ciò che non lo è...e allora tutto questo che vedo, che vedi, intorno a me è un grande polverone,un vespaio,una camera a gas. Un fremito mi dice che è ora di tornare indietro, ma solo per rievocare questa visione. Non ho la pretesa che questo mio intervento diventi realtà. Non può esserci condivisione quando sei tu l'osservatore passivo della tua follia.

Contributo visivo: copertina del libro "Choke" di Chuck Palahniuk, First Anchor Books Edition, 2002

lunedì 21 settembre 2009

Sono stanca di vedere la mia faccia



















Contributo visivo: frame della serie televisiva "Twin Peaks" di David Lynch, 1990-1991 

martedì 1 settembre 2009

-VAGABONDI- Confessioni di un mentitore

Prova a fare lo stesso giro per una notte intera, avrai un punto di riferimento fisso. Sarà una vecchia puttana dagli occhi ingialltiti seduta su una fioriera intenta a guardarsi i piedi. Non chiederti a cosa pensa, sta solo fissando i suoi piedi. Se non ci credi prova a interpretare la parte dell'emarginato. Molla tutto. Non ti interessa? Allora non capirai mai chi fissa il vuoto.
Fidati, la sua diffidenza nei tuoi confronti è più alta di quella che tu potresti avere verso di lei.
In tre giorni avrò dormito sette ore. Sono stanchissimo. Non so più nemmeno io perchè lo sto facendo, oramai è rimasta solo l'insistenza della solita paura del fallimento. I piedi sono bagnati, la maglietta è bagnata, il cappello pure e altrettanto i pantaloncini. Quando si hanno dei pensieri legati alla sopravvivenza e alla prima necessità il resto diventa superfluo, anzi è odioso, irritante. E' in questo modo che si crea la differenza. Con la distanza dal giudizio altrui, con la presenza a se stessi e solo a se stessi, senza modelli. Il giudizio altrui può creare, ma anche distruggere. L'indifferenza verso il giudizio altrui potrebbe creare un punto zero, fisso e cangiante, ma nella maggior parte dei casi annulla. Per raggiungere questo luogo fisicamente inconcepibile c'è bisogno di non appartenere.
La solitudine parte dal silenzio e prosegue nella menzogna, è questo il dramma omeopatico della mia esistenza. Cercare di guarire da una malattia iniettando continue dosi dello stesso virus che ha generato quella malattia. Mentire per raggiungere la verità, non c'è altra soluzione.

Philadelphia, 18 agosto 2009

Contributo visivo: "Senza titolo" di un amico anonimo, 2009

lunedì 1 giugno 2009

Questione d'abitudine

Se sei abituato a fumare sigarette, non passeresti mai al tabacco. O meglio: lo faresti, ma solo per necessità. Il motivo per cui si passa da uno stadio all'altro della malattia che compensa il vuoto dello spirito e il pieno del corpo è la necessità di consumare lentamente quello che, altrimenti, brucerebbe così velocemente. Un atto così sporco. Così violento. Una violenza fisica. Un piacere occulto. Prosciugare. Svuotare quella sigaretta che accendi tu, che mantiene la combustione per tua volontà. Non perché avvolta da cerchi di catrame. Riassorbire il proprio corpo, sorseggiandolo. Non esalando vapori acidi. Sono abituata ad avvicinarmi al fuoco per evaporare in fretta. E lui. Soffia. Alito di nitroglicerina per alimentare le fiamme. Per alimentare. Riscalda la mia pelle. Riscalda il mio respiro.
Abbaglia i miei occhi.

Contributo visivo: "Que me veux-tu?" di Claude Cahun, 1928

giovedì 14 maggio 2009

-INCIPIT- Confessioni di un mentitore

Le mestruazioni non le aveva, ti avevo detto il contrario perchè non volevo confessare di essere caduto nuovamente nell'dea dell'innocenza.
Ora lo sai e sai pure che il suo sangue mi ha stregato, si è mischiato al mio e scorre nelle mie vene potenziando il mio battito cardiaco. Quello stesso sangue che ho lasciato sul mio ventre per tre giorni, una specie di rituale, un tatuaggio che mi restituisse la sacralità di quel momento. Anche se, a ripensarci, di sacro c'era ben poco, quantomeno nel luogo. Uno squallido divano in un inutile stanzone. Un delirio architettonico dei miei genitori, un luogo che doveva essere un mini appartamento per i miei nonni materni, ma che le vicissitudini hanno fatto diventare uno sgabuzzino. C'era di tutto in quel posto, dai fichi secchi di zia Iolanda alle scarpe e palloni da calcetto di mio fratello, un piccolo frigorifero vuoto senza corrente lasciato nel centro della stanza con la porta aperta per poterlo fare arieggiare, materassi e reti ortopediche accantonate ovunque, una lettiera per gatti, cartoni pieni di libri del liceo, trofei di tornei di tressette, due panche di olmo con tavolino annesso costruiti da mio padre nel suo periodo bricoleur da cassa integrazione. Insomma, la stanza emblema della mia famiglia, dove le cose più diverse possono restare accostate senza un senso e dove questa giustapposizione di oggetti utili e inutili non spaventa nessuno, ma al contraio diventano il simbolo di una filosofia di vita volta all'abbandono e all'attesa. A pensarci meglio, tutto questo bordello potrebbe essere il riflesso della depressione mascherata di mia madre, ma questo lo racconterò in seguito. Amico mio, questo è solo l'inizio, ti ho detto molte bugie e dietro queste bugie ci sono segreti che custodiscono altre bugie, ma apri bene le orecchie e ascolta quello che ora ti dirò. I segreti vanno ben custoditi, specialmente se sono offerti da un bugiardo cronico. Da questo momento in poi, che tu abbia accettato in modo volontario o meno di perpetuare questo segreto e quelli che ti svelerò, sarai anche tu un bugiardo. Non rompere il patto di silenzio, avresti bisogno di una buona strategia e di una forte architettura logica per far sembrare vero ciò che io da una vita abilmente nascondo. In questo campo sono io il maestro, potrei far cambiare il riflesso della tua immagine, perciò limitati ad ascoltare. Dopo la mia morte, se ne avrai voglia, racconta tutto ciò che è stato e non è apparso, ciò che non è mai avvenuto ed è stato creduto e ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.

Casalbore 3 gennaio 2009


Contributo visivo: "La Calunnia" di Sandro Botticelli, 1496


giovedì 16 aprile 2009

Bilancina

le parole
le parole non hanno occhi né gambe,
non hanno bocca né braccia,
non hanno visceri
e spesso nemmeno cuore,
o ne hanno assai poco.
non puoi chiedere alle parole
di accenderti una sigaretta
ma possono renderti più piacevole
il vino.
e certo non puoi costringere le parole
a fare qualcosa che non
voglion fare.
non puoi sovraccaricarle.
e non puoi svegliarle
quando decidono di dormire.
a volte
le parole ti tratteranno bene,
a seconda di quel
che gli chiedi
di fare.
altre volte,
ti tratteranno male,
qualunque cosa
tu gli chieda
di fare.
le parole vanno
e vengono.
qualche volta ti tocca
di aspettarle
a lungo.
qualche volta non tornano
più indietro.
(...)
le parole non sono
per tutti.
e per la maggioranza,
esistono
soltanto
per poco.
le parole sono
uno dei più grandi
miracoli
al
mondo,
possono illuminare
o distruggere
menti,
nazioni,
culture.
le parole sono belle
e pericolose.
(...)

(Charles Bukowski, La canzone dei folli)